L’appuntamento con Ian Lisiecki chiude la stagione di Musica Insieme

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La musica di Chopin è come uno specchio. Più di altre. Proprio come uno specchio riflette il pianista che ci si trova seduto davanti. Quale miglior occasione, allora, per capire chi sia Ian Lisiecki.
Del canadese si dice un gran bene da quasi tre lustri, quando, adolescente, veniva indicato come il nuovo enfant prodige del pianismo mondiale.
In fondo, non è da tutti firmare un contratto con la Deutsche Grammophon a quindici anni o essere invitati al Festival Chopin a soli tredici per eseguire il concerto n1 assieme alla Sinfonia Varsovia diretta da Howard Shelley. Oggi il classe ’95, sebbene sia nel pieno della maturità artistica, è pur sempre un giovane di 28 anni bello come il sole e consapevole del proprio talento. Naturale che gli piaccia specchiarsi e celebrarsi nella musica che propone.
A vivisezionare il programma dello scorso 14 Giugno presso l’auditorium Manzoni il dubbio che sia un adone viene spontaneo. La scelta di alternare studi a notturni va nella direzione di una certa marpionaggine esecutiva. Come quando ad un primo appuntamento cerchi di far colpo. Ma si sa, in guerra, amore e…musica, tutto è permesso.
Per godere appieno della musica di Lisiecki, bisogna dimenticare per un attimo le incisioni di riferimento. Nel suo Chopin non c’è la forza dell’aratro di alcune interpretazioni drammatiche. Non è Sokolov che scava la terra ad ogni nota alla ricerca di un folle e intimo abisso. Non è nemmeno Baremboim, cerebrale e malinconico per intenzione, microdinamica ed interpretazione di alcune pause.
Men che meno c’è il rigore etico di Benedetti Michelangeli e di Arrau o la freschezza della Pires. Finisco qui con la lista, perché a trovarne due che suonino questi brani allo stesso modo si fa veramente tanta fatica. Questa musica, come in una centrifuga a mille mila giri, sembra scomporsi e combinarsi con il suo esecutore, tanto da non esistere più in forma assoluta a favore di una sorta crasi. Con il paradosso di non essere più “di Chopin” e diventare “lo Chopin di”.
Ma allora, che immagine troviamo riflessa in questo specchio? Partiamo dal suono, bellissimo. Le note scivolano morbide sulla musica in piccoli e agili rimbalzi.
Le frasi legate sono carezze, sembra esserci un cuscino d’aria tra polpastrello e musica. Negli staccati il senso del discorso si rafforza senza mai “rompere” il cantato come accade nelle interpretazioni più tormentate. La melodia diventa la cifra stilistica dell’esecutore ed ogni scelta esecutiva sembra orientata a sublimare un certo lirismo.
Se negli Etudes op 10 Lisiecki offre al pubblico cioccolatini con un cuore di liquido talento, nei Nocturnes, anche per via del tempo esecutivo sensibilmente più lento rispetto alla consuetudine, crea atmosfere serenamente dialoganti. Forse al programma manca qualche notturno di grido, ma mica puoi giocarti tutte le carte al primo appuntamento? A voler essere del tutto onesti, non è stata nemmeno una serata particolarmente introspettiva, ma mettersi a nudo in una prima uscita sarebbe stato probabilmente inopportuno.
Tanto noi abbiamo già deciso di accettare un secondo invito qualora ci fosse l’opportunità. Le note di questo giovane e famoso canadese ci hanno già fatto dimenticare l’altro, ovvero che in sala avrebbe dovuto esserci Daniil Trifonov a chiudere la ricca stagione concertistica della Fondazione Musica Insieme.
C’è chi gli specchi li rifugge, chi li copre non riconoscendosi nell’immagine riflessa, poi c’è chi ci si compiace.
Ed è proprio questo il caso. Il pianista canadese sa di essere bravo e guarda la sua immagine riflessa in questo Chopin con un po’ di vanità e narcisismo. Sa di far colpo. Manca di una certa profondità romantica? Chissenefrega, per una volta viva la raffinata vanità. Il pianismo di Lisiecki è una casa piena di specchi.

Ciro Scannapieco

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