Una pastorale che anticipa molti dei temi sociali che politica e religione affronteranno in Italia negli anni ’70, quella di don Lorenzo Milani, prete “scomodo” e carismatico, entrato nella storia con la sua scuola di Barbiana e per le sue idee rivoluzionarie in tema di educazione e di cittadinanza, è un’eredità con un nucleo vitale ancora oggi capace di sollecitare e far riflettere.
Il drammaturgo e regista napoletano Claudio Di Palma si è ispirato a questa straordinaria figura per il suo spettacolo “Don Milani e la lezione di Barbiana”, in scena dal 28 ottobre al Teatro Pasolini di Salerno, nell’ambito della rassegna “Coniugare il Teatro – Scena immersiva”, divenendone anche ispirato interprete. In un allestimento essenziale, tra due file di banchi monoposto con un quaderno appoggiato su ogni scrittorio, ad evocare una piccola classe senza una cattedra e con la scrivania del maestro solo un poco più grande, l’attore si è mosso con sicurezza e indiscutibile maturità artistica, avvincente nella recitazione e naturale nel gesto.
La scrittura muove da un interrogativo, perché mai il giovane Lorenzo, figlio di una ricca famiglia e colta, con antenati illustri sia da parte di padre che da parte di madre, quest’ultima di origini ebrea, abbia compiuto scelte di vita dissonanti rispetto ad un prevedibile destino.
Scomparsa la “quarta parete” tra palco e pubblico, condividiamo lo stesso spazio fisico e sensoriale del protagonista, mentre le grandi pareti della sala si illuminano di proiezioni significative, molto suggestivi i dipinti giovanili firmati da Lorenzo Milani prima della conversione. E all’interrogativo iniziale non basta rispondere per lo spirito ribelle ed insofferente alle convenzioni del ragazzo, che contesta la scuola del tempo ed ha studi discontinui, lo sguardo, la parola ed il corpo attoriale dell’autore/interprete illuminano un cammino “disobbediente” di Lorenzo che sceglie non soltanto la via della spiritualità, ma di essere prete degli “ultimi” ed educatore di ragazzi poveri e socialmente emarginati.
A questi ragazzi don Lorenzo vorrà trasmettere il suo straordinario messaggio di riscatto sociale e, forse, proprio lo studio della pittura sacra, anche se non finirà mai l’Accademia di Brera, e l’incontro con don Raffaello Bensi, grande educatore di varie generazioni di cattolici fiorentini, lo avvicineranno al Vangelo, accendendo in lui il fuoco della vocazione. Si aprirà per il giovane il cammino sacerdotale e nel 1947, a ventiquattro anni, sarà ordinato prete e poi cappellano del proposto di San Donato di Calenzano, sulla collina che domina la Val Marina, tra Firenze e Pistoia. Un cammino che sarà votato ad aiutare gli ultimi, nella scuola popolare serale, cioè giovani operai e contadini della parrocchia tra le insofferenze della Curia fiorentina, che non condivide il suo anticonformismo e la sua contiguità alle idee socialiste. Arriva così la punizione cioè il trasferimento a Barbiana, piccola frazione in montagna nel cuore del Mugello, soltanto una chiesa e una canonica, è il dicembre del 1954 ma per il prete ,“poco canonico” e insofferente alle gerarchie ecclesiastiche, un luogo ideale per ripartire con il suo progetto. Un doposcuola ai ragazzi della scuola elementare statale e la scuola serale per i giovani del popolo, figli di contadini e famiglie disagiate, aperta 365 giorni all’anno, dove i più grandi aiutano i più piccoli. Il prete “scomodo” viene anche rinviato a giudizio per apologia di reato perchè favorevole all’obiezione di coscienza, morirà a soli 44 anni per una brutta malattia, mentre postuma arriva la sentenza di condanna della Corte di Appello. La parola drammaturgica di Claudio Di Palma, applaudito tessitore anche di quella scenica, restituisce la Parola con la P maiuscola e in corsivo, come ne scriveva don Lorenzo Milani.
Quella capace di impegnare ed arricchire, di trasformare e di costruire, una parola detta, respirata o affermata con determinazione, in maniera potente e costruttrice, veicolando l’intransigente concetto di uguaglianza umana e la strenua difesa della parola e della lingua, che rende uguali gli uomini, fulcro luminoso di un’insegnamento sempre attuale.
Don Milani che pur sofferente, appena un anno prima di morire scrive del suo progetto educativo Lettera a una professoressa insieme ai suoi ragazzi, una sorta di testamento dove insiste sul fatto che non si può prescindere dalle condizioni di partenza degli alunni e nessuno può essere condannato al silenzio per ignoranza e/o diversità. Un concetto di cultura forse intenzionalmente semplificato, ma “appartenere alla massa e possedere la parola” è un messaggio ancora vivo ed attuale, non rivolto alla difesa di una cultura aristocratica o di certa intellighenzia ma parola e lingua che garantisce opportunità e lotta contro lo svantaggio sociale. E forse in tempi di nuovi divari, quello digitale per citarne uno, e nuove emarginazioni, quelle sociali e delle periferie in senso ampio, occorre ripartire da messaggi tanto semplici quanto fondamentali, che reclamano una permanente attuazione.
Claudio Di Palma è stato applauditissimo, grazie ad un’interpretazione vibrante e dal forte impegno civile, il forte coinvolgimento di un teatro immersivo e le ambientazioni sonore di Gianluigi Montagnaro e quelle scenografiche/visual di Luigi Marmo hanno fatto il resto, si replica fino a domenica 1° novembre.
Marisa Paladino