Laika, Ascanio Celestini e un mondo da salvare

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In teatro il circo mediatico del ‘villaggio globale’ preconizzato da Marshall McLuhan evoca immagini trasmesse a ripetizione dai canali televisivi, migranti che muoiono a centinaia nel ‘mitico’ Mare Nostrum, scioperanti caricati dalla polizia e lavoratori-robot che caricano e scaricano fino alla fine del turno, ‘movimentano’ si dice nel gergo commerciale, centinaia di pacchi in squallidi hangar della logistica, molte ore in nero non pagate, umiliazioni comprese. Un puzzle impazzito, l’altro mondo del lavoro, ma è il liberismo, bellezza! Il nuovo dogma che predica benessere e ricchezza, ma Ascanio Celestini nel suo ultimo dirompente spettacolo raccoglie cocci umani, precarietà e sofferenza, l’emarginazione di un mondo di ‘sans-papier’, diseredati che avanzano.
Il
26 marzo 2017 al Teatro Verdi di Salerno Laika replica, una narrazione visionaria dentro la malattia degli ‘ultimi’, gimkana tra esistenze dimenticate, rotte di riflessione impegnata, squarci poetici che illuminano la solitudine e le sofferenze di sfruttati e mentecatti. L’animo pop da cantastorie di Ascanio Celestini è a suo agio in questa periferia suburbana, tra il fascino popolar-zigano di Gianluca Casadei e lo stupore fuori campo di Alba Rohrwacher, una fisarmonica e una voce, per un Simon Pietro che sbuca dai Vangeli, ingenuo e ubbidiente discepolo, che divide un piccolo monolocale in incognita con Gesù.
Sì, perché di fantasia può succedere di immaginare che il Figlio di Dio ritorni in terra per capire il mondo, ma può anche essere che un finto cieco che beve sambuca e giocherella con i gettoni dei carrelli di un supermercato si spacci per quel Dio dimenticato, ultimo e derelitto tra simili. Un clochard africano, una prostituta suora mancata, una vecchia atea e una testa ‘impicciata’ con l’Alzheimer’, sono il buco nero dell’assenza in questo piazzale periferico romano a ridosso di Ostia, ma uguale a mille altre periferie. Un microcosmo di ‘ultimi’ tra i quali guizza
Ascanio Celestini, dando parola ad ognuno ma innestando anche, da drammaturgo di rango qual’è, cogitazioni inquiete su un pianeta che ha rinunciato all’amore e alla bellezza, interrogando Dio e pensando al Big Ben, Stephen Hawking o la Bibbia?, fede religiosa o laicità? Il bene che si scontra con l’assurdità del dolore, ma se questo mondo fosse davvero ispirato da un Dio del bene non dovrebbe essere coerente, veritiero e giusto? Trabocca invece di di contraddizioni e malvagità e l’uomo del ventunesimo secolo è ancora “quello della pietra e della fionda” che declina violenza e non conosce la solidarietà. Interrogativi che sono un urlo al cielo, a quella volta celeste che sta ‘slittando’ sempre più in basso e un Gesù povero, maglietta rossa e cappotto consumato, tornato sulla terra ad affacciarsi proprio su quel piazzale, guardando esseri stracciati anche nell’animo, come fosse un intero mondo parcheggiato. Celestini l’osserva attraverso gli occhi di quel figlio di Dio che ha le sembianze di un poveraccio, e che racconta di migrazioni, clima abusato, povertà e diseguaglianza, su una terra che trema senza utopie né certezze. Forse urge un nuovo contratto sociale mentre ‘slitta la volta celeste’ e si avvicina a questo pianeta rovesciato, che ha bruciato ogni credo e ideologia, dove ogni mare è l’inizio di un mondo e toccherà andare in orbita verso un nuovo Umanesimo. La cagnetta Laika, la bastardina che i sovietici lanciarono nello spazio un lontano 3 novembre del 1957, aprì nuovi orizzonti e segnò un punto di svolta nell’esplorazione spaziale. L’autore-attore-povero Cristo, lontano da ogni irriverenza perché il figlio di Dio è in ogni poveraccio, sembra ricordarci che il futuro e la speranza possono decollare da una rampa di lancio che riparte dagli uomini che si metteranno insieme, come accade ad una vecchia atea, all’impicciata di testa ed a un povero Cristo, scesi in strada per salvare la vita al barbone africano. La rappresentazione solo apparentemente anarchica, ha una sua rotta precisa, ironica, arrabbiata, lirica e surreale, capace di far sorridere, riflettere, commuovere, indignare ma anche sperare.
“Laika significa quella che abbaia” dice Celestini “i Russi l’hanno lanciata nello spazio nel 1957 perché era forte, era un cane di strada come il barbone” e l’opera stessa, febbrile e appassionata, ‘abbaia’ contro ogni rassegnazione, proponendo una ricetta genuina, che passa per la riscoperta dell’Altro e della solidarietà tra uomini. Un monito e un invito, abbandonare la cecità ed essere disobbedienti, unica salvezza ancora possibile prima di una catastrofe annunciata. Laika per assonanza rimanda al termine ‘laico’ e una soluzione laica, alla fine, propone l’autore-attore, per questo suo Gesù che “non è neppure lui molto sicuro di essere Gesù” ma che paradossalmente si assume il peso di una responsabilità, salvare anche solo un clochard e non ‘incendiarlo vivo’. E’ il primo di una serie di gesti che potranno essere la catena di montaggio di una nuova salvezza.

Marisa Paladino

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