Yuja Wang e la Mahler Chamber Orchestra perfetti interlocutori al Festival di Ravello

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Un pianismo moderno, agile ed estremamente mobile quello dell’artista cinese Yuja Wang che si è esibita il 13 luglio scorso sul prestigioso belvedere di Villa Rufolo all’interno del Ravello Festival 2025, anche nel ruolo di direttrice nell’esecuzione del primo concerto di Čajkovskij che assieme all’ottetto per fiati di Sravinskij ha costituito la seconda parte dell’originale programma comprensivo di due concerti, di un brano sinfonico e di uno cameristico.
Accanto a lei la eccellente Mahler Chamber Orchestra, per il resto guidata dal violino concertatore Josè Maria Blumeschein.
Nella prima parte l’Ouverture “Coriolano” op. 62 di Beethoven e il Concerto per pianoforte n.4 op. 56 del compositore ucraino Nikolai Kapustin dall’autore stesso designato come “jazz per musicisti classici”. Dopo l’esordio affidato al brano beethoveniano in cui il complesso orchestrale ha esibito il suo piglio energico bravamente diretto dal  violino concertatore di cui ha seguito con estrema esattezza gli attacchi inappuntabili, dimostrando grande affiatamento oltre che una notevole resa dei contrasti dinamici di questa musica drammatica destinata all’introduzione di una vicenda teatrale di stampo eroico, è stata la volta della concertista solista nota per il suo sorprendente virtuosismo oltre che per l’immagine innovativa con cui si presenta al pubblico in linea con artiste appartenenti a generi differenti da quello tradizionalmente classico. Su tacchi altissimi, o in abiti succinti e minigonne vertiginose, ha offerto un connubio che aggiunge sicuramente una nota di freschezza e di attualità al rigoroso mondo della musica classica assieme alla scelta di un programma a sua volta non consueto.
Wang ha reso una versione ottimale del brano di Kapustin del 1989 con cui si è rivelata in perfetta sintonia attraverso il suo pianismo sia scattante e incisivo che morbido e duttile o lieve, nel trascorrere tra i ritmi ben scanditi tipicamente jazzistici o a volte da ragtime di questo brano formalmente compatto malgrado la sua varietà che coniuga appunto il jazz con il sinfonismo di impronta  europea, e l’eloquenza e morbidezza melodica sia del blues che delle composizioni classiche rese con dolcezza, in un clima sostanzialmente giocoso e a tratti ironico non  escludendo l’esibizione virtuosistica di ottave scapigliate, arpeggi e ritmi percussivi.
Il tutto in un disinvolto e naturale dialogo tra strumento solista e orchestra o in fusione solidale con il discorso orchestrale che ha stilizzato in una superiore organicità formale gli aspetti improvvisativi di tale accattivante lavoro.
L’ottetto per fiati che tra il 1922 e il 1923, afferma il percorso neoclassico di Sravinskij, si è in qualche modo posto in continuità con il clima snello ed ironico formalmente stilizzato del brano precedente, essendo il ritmo e la gestualità dei singoli timbri strumentali degli otto strumenti a fiato coinvolti, due tratti dominanti di una composizione anche in questo caso in bilico tra giocosità e levigatezza formale. Nei tre movimenti costitutivi: Sinfonia, Tema con variazioni e Finale, con atteggiamento straniante e perfetta fusione sonora tra gli strumenti spesso in rapporto contrappuntistico tra loro (fagotti, tromboni, trombe, un flauto e clarinetto) sono stati ripercorsi i lineamenti di una ouverture alla francese, di un tema con variazioni comprendenti un valzer e un episodio fugato, un finale anch’esso fugato caratterizzato dal ritmo pulsante, con effetto di grande fascinazione.
A seguire il brano forse più atteso della serata non fosse altro che per i grandi termini di confronto interpretativo che offre, il primo concerto di Čajkovskij affrontato dalla solista con la consueta strabiliante perfezione tecnica e un approccio asciutto, privo di retorica.
Un tratto che contraddistigue le realizzazioni esecutive di Yuja Wang è la sintonia che riesce a creare con i brani e gli autori affrontati in modo da far sembrare tutto semplice sia aderendo rigorosamente alle pagine eseguite che riuscendo a imprimere un respiro personale con tratti ora di moderna inquietudine ora di disteso abbandono. I tratti magniloquenti del concerto dell’autore russo, gli aspetti e i ritmi  vivaci dei motivi di ascendenza popolaresca, la spiccata cantabilità e varietà tematica sono stati resi con estrema versatilità e scioltezza sia dal complesso orchestrale capace di assecondare tra l’altro le scelte interpretative della pianista (come ad esempio in alcuni accentuati “rallentando”), sia da quest’ultima, tesa a dialogare in maniera sensibile con l’orchestra di cui per quanto possibile ha anche indirizzato l’esecuzione. Uno sfavillante virtuosismo è emerso nella cadenza del primo tempo in cui lo svolazzare leggero sulla tastiera non ha escluso la forza o i passaggi brillanti di ottave del finale. Del secondo movimento ha colpito l’intimismo, i trilli eterei così come le magiche dissolvenze, nel suo duplice essere costituito da un Andantino semplice e un Prestissimo, quasi pezzo da salotto. L’energico terzo movimento in forma di rondò si è svolto infine nell’alternanza di un tema di danza folclorica e di un altro malinconico e cantabile  in una splendida intesa tra la solista e un complesso orchestrale di altissimo livello. Due bis a conclusione di applausi scroscianti dove ancora una volta in maniera originale e paritaria la pianista ha coinvolto  l’orchestra con il tempo lento del primo concerto di Chopin per poi concludere da sola la memorabile serata con lo studio n.6 per pianoforte di Philip Glass.

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