Al Teatro Bellini di Catania il Don Pasquale di Gaetano Donizetti torna nella sua forma più teatrale e corrosiva, e lo fa con un allestimento che, pur nella filigrana storica della messinscena, brilla per nitidezza d’intenti e coerenza drammaturgica. L’impressione generale è tutt’altro che museale: si tratta di uno spettacolo che, proprio grazie al suo garbo retrodatato, alle geometrie dei gesti e alla pulizia delle relazioni sceniche, riesce a far riemergere la satira borghese del testo con una freschezza perfino più acuminata delle cosiddette regie “contemporanee”. Non c’è patina: c’è artigianato teatrale.
La regia, quella storica di Ugo Gregoretti, ripresa con intelligente fedeltà da Giandomenico Vaccari, mantiene intatta la grana ironica e un po’ cinica di uno sguardo che fu pionieristico e che oggi, forse paradossalmente, funziona ancora meglio: perché sullo sfondo dell’iperrealismo imperante, proprio il teatro che si rivendica teatro ritorna ad essere “moderno”.
La mano sicura di Eugenio Guglielminetti alle scene e ai costumi incornicia l’azione dentro un cromatismo calibrato, un equilibrio sobrio e non didascalico, con qualche tocco quasi caricaturale che non scade mai nell’ovvio. Le luci di Gaetano La Mela rafforzano i piani prospettici e permettono alla partitura scenica di respirare senza frenesia, con una teatralità luministica di vecchia scuola ma non datata. Ottima la preparazione del coro del Teatro Bellini curata con attenzione dal maestro Luigi Petrozziello, che garantisce compattezza e un fraseggio sempre leggibile.
Riccardo Bisatti, giovane sul podio, dirige con un’attenzione scrupolosa alla dinamica d’insieme e alla cantabilità delle linee; talvolta, soprattutto nel primo atto, la concertazione si fa un po’ indulgente nei tempi, come se il gesto mirasse a non disturbare mai la frase vocale. Eppure, proprio questa “lentezza” episodica, sebbene percepibile e discutibile, restituisce una morbidezza di timbro che non manca di fascino, e nelle scene d’assieme l’equilibrio orchestra-palcoscenico emerge davvero con nitore.
Nel cast, Dario Russo firma un Don Pasquale di ottimo livello: voce solida, ben pesata nelle proiezioni, e una costruzione scenica che evita la macchietta per restituirci un uomo, prima ancora che un carattere buffo. Russo mostra intelligenza attoriale e non cede mai al gigionismo: e questa eleganza interpretativa vale da sola una fetta importante del successo della serata.
Marina Monza è una Norina luminosa, vivace senza sbracature, controllata nel fraseggio ma sempre scintillante nella presenza scenica.
Il dottor Malatesta di Nikolai Zemlianskikh si inserisce con gusto e misura, e il timbro è un bellissimo contrappeso alla voce del protagonista: una prova senza sbavature. Ben tratteggiato, fresco mai lezioso l’Ernesto di Jack Swanson, che dona alla parte un romanticismo non stucchevole e una linea vocale pulita. Completa il cast il notaro di Dario Giorgelè.
Si esce da questo Don Pasquale con la sensazione rara che un repertorio “familiare” possa ancora sorprenderci, semplicemente perché qualcuno ha il coraggio di non volerlo reinventare per forza, ma di farlo funzionare davvero. Una serata ben congegnata, ben distribuita e soprattutto ben suonata e ben recitata.
La prova migliore che l’opera buffa, quando respira con intelligenza, è molto meno buffa e molto più vera di quanto ricordiamo.
Gabriella Spagnuolo