“I poeti non cadono in piedi. L’amaro caso del teatrante Scaldati”, scritto da Franco Maresco con Claudia Uzzo, prodotto dal Teatro di Napoli”, è andato in scena in prima nazionale al Teatro Mercadante di Napoli il 13, 14 e 15 febbraio 2026. Regista collaboratore e consulenza ai testi di Umberto Cantone. Lo spettacolo inizia con “La veglia di Totò e Vicè”, liberamente tratto da “Totò e Vicè”. Attorno alla simbolica bara dell’autore, Scaldati, le sue creature, la fanciulla veggente (Aurora Flacone), Totò (Melino Imparato) e Vicè (Ernesto Tomasini) cantano e recitano versi del compianto poeta e drammaturgo. In una notte di scirocco e stelle, di ombre sfuggenti, di indefiniti corpi, si interrogano sul loro essere, sul senso della vita. Le immagini televisive mostrano la camera ardente di Scaldati, nel 2013, al Teatro Biondo di Palermo che calcò come attore e autore ma che oggi non gli dedica neanche una sala. I brani di Scaldati, obliato da istituzioni, pubblico, media e mondo culturale, ricordato con tenacia e resilienza da amici del calibro di Franco Maresco, sono intercalati dalle considerazioni e dai momenti di cronaca sulla vita del geniale uomo di teatro. Raccontare Scaldati significa anche raccontare Palermo, quella delle stragi di mafia, della violenza, dell’eroina, dei quartieri degradati e di Albergheria, che diede i natali a Scaldati. Il critico Franco Quadri definì Scaldati “l’aristocratico poeta delle caverne”, sarto e poeta, inventore di una lingua sincretica, magica, musicale, per raccontare tutto un mondo. Uno dei più potenti e originali autori teatrali del secolo scorso, definito, a ragione, “il Beckett siciliano”, è tenuto ai margini da un sistema clientelare fondato sulle “appartenenze”, sorte che tocca ai poeti, agli intellettuali scomodi, a coloro che osano sfidare le regole. Scaldati non volle diventare vessillo della sinistra, preferendo indagare l’uomo, la sua anima, i suoi misteri.
Brani di Scaldati

© ph Nocera Ivan
Si susseguono nel prezioso lavoro teatrale di Maresco brani dei migliori spettacoli di Scaldati: “Paracqua a prova” (da “Indovina ventura”); “Don Paolino”; il dialogo scurrile di Aspanu e Binirittu, da “Il pozzo dei pazzi”; “La processione”; “Ancilù e Ancilà” (da “Indovina ventura”); “Il pallone “arroccato”; “Tirone”; “La guerra” (da “Totò e Vicè”); “Il comizio” (da “Totò e Vicè”). Scaldati amava “Blek Macigno” e i fumetti italiani degli anni ‘60/’70, il cinema, grande conoscitore di Dostoevskij e dell’Ecclesiaste. Era dotato di profonda spiritualità, scontroso, introverso e timido – “conoscerlo fu per me una rivelazione”, racconta Maresco affascinato da quel mondo poetico che si dipana tra il sottosuolo e il sublime, tra il bene e il male. Scaldati inorridiva per le fiction televisive, per lo sciacallaggio dei media, per l’effimero; nei suoi lavori non voleva attori professionisti ma mettere in scena lo stupore di gente di quartiere, vera. La delusione più grande, le promesse mancate di tanti politici, delle istituzioni e gli scritti di Scaldati finiti alla Fondazione Cini di Venezia. A Napoli, dice con amarezza Maresco, tutti ricordano un autore come Enzo Moscato. A Palermo, invece, pochissimi conoscono Scaldati. Oggi Melino Imparato, il continuatore della sua opera, Franco Maresco, Claudia Uzzo, gli attori in scena, omaggiano lo spirito indomito, il teatro, la potente scrittura di Scaldati. Un irregolare, certo, ma non un perdente in un momento in cui la tecnologia tutto sovrasta e appiattisce, dove il grido dei poeti vola alto tra le stelle.