Supremo gioco del teatro e della vita in un «Falstaff» tra realtà e sogno al San Carlo di Napoli

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Ricchissimo di stimoli lo spettacolo del Falstaff verdiano offerto nella presente Stagione di opera e danza dal teatro San Carlo di Napoli, a partire dal 15 febbraio scorso con successive, ripresa della bellissima produzione del Teatro Real di Madrid, in collaborazione con La Monnai/De Munt, Opéra National de Bordeaux e Tokyo Nikikai Opera Foundation (abbiamo assistito alla replica del 19).
Intanto l’occasione di assistere alla messa in scena del Falstaff è quella di essere abbagliati ancora una volta, se anche ce ne fosse bisogno, dalla grandezza di Verdi.
Non si finisce di rimanere sorpresi dal rinnovamento e approfondimento della drammaturgia musicale che questo musicista e “uomo di teatro” come amava definirsi egli stesso, riesce a condurre fino all’ultimo, nella fase più avanzata di una vita vissuta onestamente e senza sconti a servizio della propria arte.
E così in quest’opera conclusiva che in quanto commedia lirica chiude il cerchio con gli esordi verdiani con l’unico altro precedente lavoro comico non di successo del compositore, si coglie la summa di tutto un percorso che nel suo lungo itinerario conduce Verdi dalle forme più convenzionali di partenza, pur sempre affrontate con interrogativi, acume e spirito critico guidati fin da subito da un sicuro istinto teatrale, a quell’essenza drammatica che in un genere teatrale  musicale ben percepito come dominato dalla priorità della musica, si condensa nel massimo risalto conferito alla «parola scenica».
L’esito è un linguaggio di grande modernità, ormai parcellizzato e capace di un’aderenza capillare a ogni sfumatura e inflessione di significato del testo verbale e financo ai suoi sottintesi.
Il testo d’altronde si avvale qui della levatura artistica e intellettuale di un librettista di eccezione come Arrigo Boito di cui si arriva a gustare nella dizione chiara e scandita di un eccezionale cast come quello di questa versione napoletana, ma già nella concezione musicale e di canto verdiana, la bellezza straordinaria dei versi.
La regia di Laurent Pelly responsabile anche dei costumi, coglie nel segno puntando su aspetti non scontati dell’opera come la poliedricità del personaggio principale prima shakespeariano e poi boitiano, che attinge almeno a tre testi di Shakespeare, Enrico IV, Enrico V e Le allegre comari di Windsor, cogliendone oltre che la fanfaronaggine più evidente in superficie, l’aspetto umano, fantasioso e poetico da contrapporre all’ordine, al perbenismo e alla morale borghese, il tutto riflesso con grande sintonia nelle scelte costumistiche e scenografiche, queste ultime firmate da Barbara De Limburg affiancata efficacemente per l’impiego delle luci da Joël Adam.
L’allestimento scenografico e la regia oltre a  trasporre l’opera con naturalezza  in tempi più vicini, l’osteria della  Giarrettiera è trasformata in una sorta di pub londinese  degli anni Settanta come si evince dagli abiti, quindi a ridosso di un’epoca che aveva visto l’avanzare di ideali libertari rispetto ai valori conformisti borghesi, pone in risalto la dimensione onirica che sta a cuore al regista andando non a caso oltre il realismo nella scelta di un interno fatto di scale di cui non si capiscono le direzioni evocante il famoso quadro di Escher, per la casa di Ford, in cui le argute donne, più avanti dei loro interlocutori maschili, ordiscono la beffa volta a colpire il presuntuoso Falstaff ma anche a dare una lezione agli uomini con cui condividono l’esistenza.
In primis Alice Ford, una straordinaria e brillante Maria Agresta spigliata, seduttiva, completamente rappresentata dalla sua voce così ricca di armonici, chiara, profonda, analitica.
A contornarla, perfettamente all’altezza Mrs. Quickly di Anita Rachvelishili, istrionica nella sua entrata alla “Giarrettiera”, in qualità di messaggera, nell’abbindolare il protagonista col messaggio di Alice che si dice disposta ad incontrarlo “dalle due alle tre”, cui si conforma l’uso autorevole e sapiente della sua consistente voce di mezzosoprano che sembra respingere qualsiasi possibile replica. A completare il gruppo femminile della “comari di Windsor” la collaborativa Meg Page di Caterina Piva e nei panni di Nannetta la splendida Désiré Giove, che risulterà il personaggio vincente, in quanto giovane e decisamente oltre i condizionamenti degli adulti col sostegno delle altre figure femminili. A lei come si sa sono riservati gli unici angoli, in questa partitura fondamentalmente portatrice di una visione disillusa dell’esistenza, di nostalgia sentimentale.
È la giovane innamorata del suo Fenton, il fresco tenore Francesco Demuro con cui si svolgono le uniche fugaci autentiche scene d’amore e di lirismo dell’opera e a  cui non è mai veramente concesso un compimento appagante, essendo le loro effusioni perennemente interrotte ( si pensi a “Labbra di foco”-“Labbra di fiore” del secondo quadro del primo atto), era stato questo il progetto fin da subito anche di Boito: “questo amoretto di Nanetta e Fenton deve apparire a sbalzi frequentissimi”, così  il duetto dietro il paravento del secondo quadro del secondo atto,  viene lasciato da Verdi  in sospeso, quale citazione delle forme di un tempo qui immediatamente rituffate nel flusso continuo di un discorso musicale cangiante che ha l’inquietudine e l’inarrestabile divenire della vita vera.
Anche nel secondo quadro del terzo atto, il famoso sonetto “Dal labbro il canto estasiato vola” intonato da  Fenton, citazione dotta di Boito e Verdi in questa sorta di summa di poesia e musica  che è il Falstaff, e cui fa eco in una bellissima scena Nannetta con “Bocca baciata non perde ventura”, è interrotto dall’irruzione di Alice per sventare i piani del marito che vorrebbe dare in sposa Nannetta al dott. Cajus, un  ironico Gregory Bonfatti.
Tra i personaggi maschili perfetto interprete del gruppo rappresentativo del mondo borghese, il Ford di Ernesto Petti implicato in scene esilaranti e con geniale trovata registica moltiplicato da uomini grigi e conformi come lui nel suo comportamento pedissequo dettato da sospetto e pregiudizio.
Rispetto a costoro giganteggia sia per mole che per la quantità abnorme di sogni, progetti, fantasie, pretese e attese surreali, il Falstaff  di Luca Salsi bravissimo, sia nel canto plasmato con perfetta aderenza a tutti i moti dell’animo e della mente di questo personaggio in qualche modo strasbordante, che nella recitazione da grande teatrante.
Gli fanno da spalla, ma non solo, i comici Bardolfo e Pistola brillantemente resi da Enrico Casari e Piotr Micinski.
Egli è capace di assumere in sé il comico e il tragico di questa vera e propria comedie humaine alla Balzac. L’apice è nella scena finale quando in quello che dovrebbe essere il parco di Windsor dove si svolge in una notte “magica” di equivoci dal sapore mozartiano l’ultimo inganno punitivo e la resa dei conti in cui non è più chiarissimo chi punisce e chi è punito, con delle enormi corna in testa, travestito da Cacciatore nero irriducibilmente sedotto ancora dalla possibile prossima avventura fantasticata,  subisce le bastonate della collettività, mentre il Coro, sempre ben preparato da Fabrizio Cassi,  qui finalmente presente intona “Pizzica, pizzica,/ stuzzica, stuzzica” parodiando in seguito la litania religiosa (“Domine fallo casto!”).
Va osservata per il terzo atto la bella trovata costumistica per cui anziché essere travestiti da streghe e folletti i personaggi si presentano, citando il regista nel programma di sala “come i bambini che giocano a fare i fantasmi” non esitando a “sporcarsi e diventare brutti”, ricoperti di calce, scendendo dal loro piedistallo.
L’orchestra è qui maestra come anche nel corso dell’intero spettacolo a evocare la giusta atmosfera che nell’esordio della seconda parte di quest’atto richiama le eteree sonorità alla Mendelssohn e alla Berlioz per poi culminare in quella strabiliante fuga finale intonata dal protagonista e da tutti gli altri, in cui il dotto procedimento del contrappunto è piegato a servire il teatro e a racchiudere una completezza esistenziale su cui si posa lo sguardo umano dell’artista che guarda ormai dall’alto le contraddizioni  e la precaria condizione umana in generale in cui tutti versano, senza vincitori o perdenti. (“Tutto nel mondo è burla…Tutti gabbati”).
La direzione orchestrale eccellente e divertita di Marco Armiliato di un’orchestra sancarliana al meglio di sé, risulta incalzante o anche delicata, nel seguire la scena e dialogare con essa evidenziando timbri da porre in risalto, ritmi incisivi ed esatti, brevi motivi ben stagliati a commentare quanto accade sul palco. Tanti i momenti musicali che incantano, in particolare le scene d’assieme di cui citiamo almeno quella conclusiva del secondo atto che in una dimensione aperta rifà la vecchia forma del concertato, “Facciamo le viste/ d’attendere i panni” mentre Falstaff è nella cesta, che ha esiti vocali e orchestrali felicissimi. Meritati ed entusiastici applausi per tutti, con vere ovazioni per un grandissimo Luca Salsi.

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