È andato in scena, alla Reggia di Portici, dal 29 maggio al 2 giugno 2026, “Una stanza tutta per sé”, una performance liberamente ispirata all’opera di Virginia Woolf, a cura di Anita Mosca, concepita come un “attraversamento scenico della sua scrittura, del suo pensiero e della sua radicale riflessione sulla libertà femminile e sulla necessità di uno spazio autonomo per la creazione artistica”. Lo spettacolo
rientra nella rassegna “Racconti per ricominciare”, il green festival di teatro al tramonto nei tesori della Campania giunto con successo alla sua VII edizione. Progetto di Vesuvioteatro, si avvale della direzione artistica di Claudio Di Palma, della consulenza artistica di Giulio Baffi; organizzazione di Dora De Martino e Geppi Liguoro. Il cast è composto da Lia Gusein-Zadé, Anita Mosca, Julia Primicile Carafa; coreografie di Lia Gusein-Zadé; musiche di Julia Primicile Carafa; coordinamento artistico e coreografico Elena D’Aguanno; ideazione di Rosario Liguoro; foto di Anna Abet; produzione artistica Akerusia Danza; produzione Ente Teatro Cronaca. Tanto pubblico e meritati applausi ad ogni replica.
Intervista ad Anita Mosca

Una scena dello spettacolo (ph.Anna Abet)
Cosa significa portare “Una partitura teatrale sospesa tra parola, corpo e memoria” in uno scenario immerso nella natura?
“Realizzare Una stanza tutta per sé nel bosco della Reggia di Portici, nell’ambito del festival Racconti per Ricominciare 2026, è stata un’esperienza di rara intensità. La natura non ha fatto da semplice sfondo, ma è diventata parte integrante della drammaturgia: gli alberi, i sentieri, i suoni del bosco e la luce che cambiava al tramonto dialogavano con le parole di Virginia Woolf, amplificandone il senso di libertà, ricerca e autodeterminazione. In quel contesto, il tema della conquista di uno spazio personale e creativo assumeva una forza particolare, quasi tangibile. Il pubblico era invitato a compiere un percorso fisico oltre che emotivo, condividendo un’esperienza immersiva in cui teatro e paesaggio si fondevano. È stata una di quelle occasioni in cui il luogo non ospita semplicemente uno spettacolo, ma contribuisce a generarlo, rendendolo unico e irripetibile”.
Da dove prende spunto l’idea dello spettacolo?
“Il nostro spettacolo non nasce dal desiderio di “mettere in scena” Virginia Woolf in modo biografico o illustrativo, ma di attraversare teatralmente il suo pensiero e la sua scrittura come materia viva, ancora profondamente contemporanea. Una stanza tutta per sé propone una riscrittura scenica che intreccia parola, corpo e musica in una forma di danza letteraria, dove il testo woolfiano viene trasformato in esperienza sensoriale e performativa. Mi interessava restituire non soltanto le idee di Woolf, ma anche il suo ritmo interiore, il suo flusso di coscienza, la sua capacità di osservare il mondo e le tensioni invisibili che attraversano l’identità femminile.
Nel lavoro di regia e interpretazione ho cercato di costruire una Virginia Woolf non museale, ma presente, fragile, ironica, attraversata da inquietudini che appartengono ancora al nostro tempo. La scena diventa così uno spazio di ascolto e di libertà, in cui la necessità di “una stanza tutta per sé” continua a interrogare il rapporto tra creazione artistica, indipendenza economica, corpo e voce femminile. Le coreografie di Lia Gusein Zadé e le musiche originali di Julia Primicile Carafa contribuiscono a creare un linguaggio ibrido, sospeso tra teatro, movimento e paesaggio sonoro, capace di dare corpo alle vibrazioni emotive e poetiche della scrittura woolfiana”.
Un lavoro fedele all’originale, al testo della Wolf…
“Con Virginia Woolf non ho sentito il bisogno di “attualizzare” artificialmente il testo: la sua scrittura è già straordinariamente contemporanea. Il mio lavoro è stato piuttosto quello di ascoltarne le tensioni profonde — il rapporto tra libertà e creazione, tra corpo e pensiero, tra identità e solitudine — e trovare una forma scenica capace di farle risuonare oggi attraverso il mio sguardo, il mio corpo e la mia esperienza di donna e artista. La riscrittura nasce proprio da questo dialogo intimo con Woolf: alcuni frammenti sono rimasti vicini all’opera originale, altri sono stati rielaborati o attraversati da immagini, pause, movimenti e materiali performativi che appartengono alla mia sensibilità teatrale. Mi interessava soprattutto trasformare il pensiero in presenza scenica, far sì che le parole non fossero semplicemente dette, ma abitate fisicamente. Anche la scelta di lavorare con la danza e con un paesaggio sonoro contemporaneo ha contribuito a portare Woolf dentro il nostro tempo. Le coreografie di Lia Gusein Zadé e le musiche di Julia Primicile Carafa non illustrano il testo, ma ne amplificano le vibrazioni interiori, creando una dimensione emotiva e sensoriale che parla direttamente allo spettatore contemporaneo. In fondo, credo che il modo più autentico di rendere contemporaneo un classico sia permettergli di continuare a porre domande vive, senza proteggerlo dentro una forma museale”.
Come definiresti “Una stanza tutta per sé”?
“Più che un semplice omaggio letterario, Una stanza tutta per sé può essere definito un viaggio dentro sé stesse, dentro quelle zone interiori in cui identità, desiderio di libertà, fragilità e bisogno di espressione si intrecciano continuamente. Il pensiero di Virginia Woolf diventa nel mio lavoro un attraversamento emotivo e corporeo: non soltanto una riflessione sulla condizione femminile e sulla creazione artistica, dunque, ma anche una ricerca intima sul diritto di esistere pienamente, di trovare una propria voce e uno spazio autonomo nel mondo. La scena si trasforma così in uno spazio mentale e sensoriale, in cui parola, movimento e musica accompagnano lo spettatore dentro un flusso di memoria, percezioni e domande ancora profondamente contemporanee. In questo senso, il viaggio non riguarda soltanto Virginia Woolf, ma ogni donna — e forse ogni essere umano — che abbia cercato, almeno una volta, una stanza reale o simbolica in cui potersi ascoltare davvero”.
Lo spettacolo lascia nello spettatore profonde suggestioni…
“Mi piacerebbe che lo spettacolo lasciasse una domanda aperta: quanto spazio concediamo davvero a noi stessi per ascoltarci, creare, pensare liberamente? E quanto, invece, le pressioni sociali, economiche e relazionali continuano ancora oggi a condizionare soprattutto l’espressione femminile? Vorrei anche che il pubblico uscisse con la percezione che la fragilità non sia necessariamente una debolezza, ma possa diventare uno spazio di consapevolezza e di trasformazione. E poi desidero che resti qualcosa di sensoriale: il ritmo delle parole, il respiro del corpo, il suono della musica, come tracce emotive capaci di continuare a lavorare interiormente anche dopo la fine della performance”.
(Le foto sono di Anna Abet)