The Witch: la carne, la morte e il diavolo

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Da pochi giorni è stato diffuso l’angosciante trailer di The Lighthouse.
Il film segna il ritorno alla regia e alla scrittura dello statunitense Robert Eggers (affiancato, per l’occasione, dal fratello Max nella sceneggiatura), a quattro anni dall’impeccabile esordio, The Witch, uscito nel 2015.
Prima di dedicarci a The Lighthouse, ci appare dunque opportuno esaminare il primo lavoro di Eggers.
Con The Witch, infatti, ci troviamo davanti al miglior film horror del decennio. Una perla destinata a fare storia.

Partiamo dalla trama.
Agli inizi del XVII secolo, nel New England, il religiosissimo William viene espulso dalla colonia puritana di cui fa parte. Senza perdersi d’animo, confidando nel destino che Dio pare riservargli, l’uomo decide di trasferirsi insieme alla famiglia altrettanto devota. Giunto in prossimità della foresta, allestisce una piccola fattoria con un campo di granoturco e una stalla per le capre. William possiede inoltre un cavallo e un cane da caccia. La terra però riserva raccolti malati, la selvaggina nei boschi scarseggia, e in più, all’improvviso, l’ultimo figlio nato, di appena pochi mesi, svanisce nel nulla. Il sospetto ricade sulla sorella Thomasin, la primogenita, accusata di stregoneria dagli altri membri della famiglia, in primis dalla madre Katherine. L’intera vicenda non fa che peggiorare, in una torbida spirale di angoscia e raccapriccio. Dove si nasconde il diavolo? Vaga nei meandri oscuri della foresta o sorge dal cuore degli stessi personaggi?


Al suo esordio, Eggers, anche autore della sceneggiatura, riesce a fare centro. The Witch è, sotto ogni punto di vista, un film (av)vincente, premiato al Sundance Film Festival per la miglior regia.
La fotografia, per lo più livida e spettrale, alle volte intrappola paesaggi brumosi, offuscati da un’aria malsana e complice; altre volte consegna visioni sanguigne e febbrili, ravvivate dal fuoco, dove si agitano cose che non vorremmo vedere. La ricercatezza estetica appare quanto mai elegante, con notevoli riferimenti all’arte pittorica fiamminga. La macchina da presa, a sua volta, sosta o si muove sempre nel modo migliore, esitando o incalzando, morbida o decisa.


Grandissima attenzione viene prestata alla ricostruzione storica, mediante gli abiti realizzati a mano dalla costumista Linda Muir, e attraverso il linguaggio arcaico, vicino all’Early Modern English, adoperato nei dialoghi.
Un plauso particolare va rivolto alla colonna sonora a dir poco Ligetiana: il compositore Mark Korven valorizza i silenzi, lascia ticchettare gli archi, fa esplodere cori grandiosi e dissonanti.


A reggere tutto, però, sono gli interpreti di ottimo livello.
Il britannico Ralph Ineson delinea un William apparentemente granitico nella sua fede, ma con una maschera bigotta percorsa da numerose crepe: l’inettitudine dell’uomo si svela sempre più palese man mano che le disgrazie piombano sulla sua famiglia.


La bellissima Anya Taylor-Joy, nei panni di Thomasin, serba una magnetica miscela di candore e voluttà, perfetta per il ruolo di un’adolescente che scopre se stessa attraverso i rancori, i dubbi, le pulsioni e le repulsioni.


Kate Dickie impersona una madre, e dunque una donna, tipica del secolo in cui vive: i suoi slanci mistici si rivolgono tanto verso Dio quanto verso il marito, ed entrambi gli idoli mutano in bersagli quando su di essi convergono i tentennamenti, le paure e le affezioni da cui è attraversata Katherine.


Il giovanissimo Harvey Scrimshaw è un ragazzino diviso tra la devozione filiale e le energie inibite della sessualità; mentre i due piccoli gemelli, ad ogni comparsa, si rivelano non solo fastidiosi, ma anche parecchio inquietanti.


Eggers provoca lo spettatore, lo confonde e lo turba, costruendo un horror fondato sulla pura intuizione del Male. Esiste una lettura univoca? Il diavolo possiede una sua realtà tangibile, e allora Thomasin appare condannata dall’inizio a divenire un’adepta stregonesca; o forse si tratta di un’inevitabile degenerazione scaturita da molteplici devianze psicologiche, se non addirittura alimentari (si pensi al segale cornuto, fonte di celebri allucinazioni nel Medioevo e nel Seicento), le quali puntualmente fraintendono i gesti e alla fine si autodistruggono? Senza tralasciare una terza opzione, e cioè che il demonio non interferisca davvero col mondo, e che piuttosto si limiti a cogliere i frutti dell’agire umano non appena essi, in base alla legge dell’arbitrio, si guastino da sé.


Dal punto di vista cinematografico, peraltro, non è lo stesso spettatore a cedere alla banalità della superstizione qualora ritenga autentica la manifestazione diabolica del finale?
Poiché, se invece riflettiamo in termini illuministici, ci è dato ipotizzare che l’orrore possa facilmente sollevarsi laddove covi un qualsiasi eccesso, ossia una forma di allontanamento dalla concordia della civiltà e della ragione. In questo senso, basterà imprimere una spinta esigua, e con essa si riuscirà ad abbattere un equilibrio già da tempo precario. Se ne deduce che il Male non sia affatto un invasore esterno, per così dire metafisico, ma che giaccia sepolto nella nostra parte irrazionale. E allora allontanarsi da Dio significherà smarrire la lucidità dell’intelletto, la vera essenza dell’umanità.


Eggers, con abile saggezza, non fornisce una risposta chiusa, e lascia gli spettatori a battibeccare tra loro nella sala, a luci accese, su quale sia il senso assoluto della storia. Come ogni vero autore, sin dalla prima opera, è capace di fare.

Col suo secondo lungometraggio, The Lighthouse, il regista sembra confermare il suo talento.

Il trailer è da brivido. La sequenza di inquadrature fotografate in bianco e nero già basta a mostrare tutti i punti focali della storia: un vecchio faro, il mare burrascoso ed un isolotto sperduto. L’epoca di ambientazione appare imprecisata, forse la fine dell’Ottocento. Per il luogo solitario si aggirano due uomini torvi, emanciati, l’uno diffidente dell’altro. Sono i guardiani del faro, sempre più rosi dal delirio, ed hanno le facce quasi irriconoscibili di Willem Dafoe e di Robert Pattinson, gli unici protagonisti. In sottofondo risuona un canto, di probabile origine marinaresca, la cui gioia corale si scontra con la crescente morbosità delle immagini, e con la frase pronunciata da Defoe, ben presto cadenzata come una nenia spettrale: “Why’d ya spill yer beans?” e cioè: “Perché non sputi il rospo?”.

Ancora una volta la trama si preannuncia intenzionata a giocare cogli orrori e i terrori dell’uomo, siano essi reali o immaginari, non più provenienti dal bosco e dalle superstizioni religiose, come avveniva in The Witch, bensì dal mare sconfinato e minaccioso, luogo di miti, leggende e ataviche iettature.
Inevitabile il confronto con l’eredità dello scrittore Howard Phillips Lovecraft, la cui estetica viene palesemente rievocata dall’atmosfera torbida e dall’incombente presenza di tentacoli (si potrebbe dire che questi ultimi, ormai, rientrino a pieno diritto nella proprietà intellettuale dello scrittore di Providence). Ma insieme a Lovecraft, è possibile cogliere un’allusione ad un secondo autore, poco noto, benché a sua volta di grande pregio nel campo del terrore letterario, specialmente marino: William Hope Hodgson (del quale si leggano in particolare i racconti A tropical horror e Middle Islet).

The Lighthouse è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes 2019, dove ha riscosso elogi ed apprezzamento unanime da parte della critica. A connotare la pellicola – stavolta non in senso metaforico, giacché si è scelto di girare in 35mm – è l’uso di un’attrezzatura d’epoca. Eggers ha adoperato cineprese risalenti agli anni Venti e Quaranta.
L’arrivo nelle sale statunitensi è previsto per il 18 ottobre 2019.
Resta ignota, invece, la data d’uscita in Italia.

Emanuele Arciprete

THE WITCH

VOTO: 9/10

Anno: 2015
Regia e sceneggiatura: Robert Eggers
Paese di produzione: Canada
Fotografia: Jarin Blaschke
Musiche: Mark Korven
Costumi: Linda Muir
Montaggio: Louise Ford
Scenografie: Craig Lathrop, Mary Kirkland
Interpreti: Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson, Kate Dickie, Harvey Scrimshaw
Genere: Horror

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About Author

Ho 29 anni, vivo tra Bologna e Napoli. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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