Chi troppo vuole brucia: al TCBO trionfa la «Semele» di Suzanne Jerosme

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Palinsesto di Rete4: Una ragazza di buona famiglia, ufficialmente fidanzata con un principe, perde la testa per un uomo potente, sposato e con una moglie notoriamente gelosa. Lui le regala un attico con vista sulle nuvole, lei vuole di più: vuole vederlo per com’è davvero. Finisce male, molto male. No, non è l’ultima puntata di una soap del pomeriggio. È Semele di Georg Friedrich Händel, approdata lo scorso 23 ottobre per la prima volta nella storia del Teatro Comunale di Bologna.
Ma chi era Semele? Secondo alcuni studiosi il nome rimanda a un’antica divinità della terra di area tracio-frigia, Zemelo, poi ridimensionata dai Greci al rango di principessa mortale. Figlia di Cadmo, il fondatore di Tebe, e di Armonia, è l’unica mortale ad aver dato a Zeus un figlio divino: Dioniso, il «nato due volte». La sua storia la racconta Ovidio nel terzo libro delle Metamorfosi, ed è un piccolo trattato sulla gelosia.
Giunone, travestita da Beroe, la vecchia nutrice della ragazza, le instilla il dubbio: e se quell’amante divino fosse un impostore? Semele si fa promettere da Giove, con giuramento sullo Stige, che le si mostrerà come si mostra alla moglie. Il dio non può tirarsi indietro: sceglie i fulmini più leggeri del suo arsenale, ma per un corpo mortale sono comunque troppi. Dalle ceneri viene salvato il bambino, cucito nella coscia del padre fino alla nascita. Händel e il suo librettista sostituiscono la nutrice con la sorella Ino e aggiungono il fidanzato Athamas, ma il cuore resta quello: il desiderio di guardare l’assoluto in faccia, e il prezzo che si paga per averlo fatto.
Con la cronaca rosa, del resto, Semele ha sempre avuto una certa dimestichezza. Il libretto nasce da un testo di William Congreve pensato a inizio Settecento per un’opera che nessuno mise mai in scena; Händel lo riprende quarant’anni dopo e lo porta al Covent Garden nel febbraio del 1744, in piena Quaresima, presentandolo «alla maniera di un oratorio». Il pubblico londinese si aspettava una predica in musica su qualche patriarca biblico e si ritrovò davanti Ovidio con tutto il suo repertorio di tradimenti, gelosie e travestimenti divini. Quattro recite e poi il silenzio. Insomma, andarono a teatro aspettandosi la messa e trovarono Beautiful. Qualcuno gridò allo scandalo, Händel incassò e tornò ai Salmi.
Ma allora, Semele è un’opera o un oratorio? Né l’una né l’altro, o meglio tutte e due. L’opera seria che Händel aveva servito ai londinesi per trent’anni era in italiano, su soggetti storici o mitologici, costruita sull’alternanza di recitativo secco e aria col da capo, con castrati e primedonne al centro della scena e il coro ridotto quasi a comparsa.
L’oratorio inglese, che Händel di fatto si inventa negli anni Trenta quando la moda dell’opera italiana a Londra tramonta, è un’altra cosa: in inglese, su soggetto sacro (quasi sempre biblico), eseguito senza scene né costumi, spesso in Quaresima, quando i teatri d’opera dovevano tacere. E soprattutto affida al coro un ruolo da protagonista, ora popolo in scena ora coscienza morale della vicenda.
Semele prende un po’ dall’uno e un po’ dall’altro. Dell’oratorio ha la lingua inglese, il coro onnipresente e la nascita in forma di concerto; dell’opera ha il soggetto profano, amoroso e perfino licenzioso, arie di taglio teatrale e una drammaturgia che chiede il palcoscenico. Non a caso oggi i teatri la mettono quasi sempre in scena, mentre nel 1744 la si ascoltò come un concerto. Un ibrido, appunto. E gli ibridi, si sa, a Londra come a Bologna, fanno sempre un po’ paura.
A Bologna l’attesa è stata altrettanto lunga: l’ultima opera händeliana risaliva al 2003. Ventitré anni di astinenza barocca. E qui ci concediamo un ricordo personale. Nel novembre del 2022 salutavamo la sala Bibiena con un Lohengrin, raccontando di Verdi e Wagner che si guardano in cagnesco dai bassorilievi all’ingresso. Il caro Sassone, che nessuno si è mai preso la briga di scolpire lì accanto, si è preso la sua rivincita in trasferta, all’Auditorium Manzoni, in attesa che il Comunale torni a casa. Ci sta!
Proprio per questo, lo diciamo senza giri di parole, vederla in forma di concerto ci è dispiaciuto. Semele è la più teatrale delle partiture «alla maniera di un oratorio»: travestimenti divini, uno specchio magico che lusinga la vanità, la grotta del Sonno, un dio che incenerisce la sua amante. Tutta materia che chiede a gran voce un palcoscenico, e un palcoscenico, al momento, il Comunale non ce l’ha. L’immaginazione ha fatto quel che ha potuto, la musica ha fatto il resto. Aspettiamo con impazienza la riapertura della sala Bibiena, magari per ritrovarci Händel in scena, con tutto il suo armamentario di macchine e meraviglie. Non manca molto ormai.
Sul podio Giulio Prandi, chiamato a sostituire l’annunciato Rinaldo Alessandrini. Il fondatore del Coro e Orchestra Ghisleri conosce questo repertorio come le sue tasche e lo dimostra. Dopo un inizio un po’ timido, ottiene da un’orchestra di vocazione sinfonica un’articolazione barocca nitida, ritmicamente precisa, mai sfocata nemmeno nei pianissimi. Tre ore abbondanti, due intervalli, e non un momento in cui la tensione cali. Bravo, bravo, bravo!
E poi c’è lei. Suzanne Jerosme, torna a Bologna e se la prende tutta. Semele è un ruolo che chiede tutto e il contrario di tutto: l’abbandono languido di «O sleep, why dost thou leave me», la vanità vertiginosa di «Myself I shall adore» – di fatto il primo selfie della storia della musica, con lo specchio al posto dello smartphone –, la furia ostinata di «No, no, I’ll take no less», dove la principessa pretende da Giove la prova d’amore che la incenerirà.
La Jerosme attraversa le colorature più acrobatiche con la disinvoltura di una funambola, senza mai perdere il filo del personaggio.
La sua Semele non è una sciocca accecata dall’ambizione, ma una ragazza che vuole semplicemente tutto, subito, e lo vuole con una tale grazia che è impossibile non stare dalla sua parte, anche sapendo come andrà a finire. Il pubblico l’ha capito e gliel’ha detto, a lungo.
Accanto a lei una magnetica Giuseppina Bridelli.  Si sdoppia tra Juno e Ino e diverte, con una Giunone dall’ironia tagliente che trama la rovina della rivale con la puntualità di una vera regina degli dèi. Ottima la prova vocale e grande presenza. Jorge Navarro Colorado è un Giove sicurissimo anche nelle pagine più spericolate, e alla celebre «Where’er you walk» restituisce tutta la sua dolcezza pastorale. Raffaele Pe, che avevamo già ascoltato di recnete, al debutto al TCBO, si riscatta con un Athamas di grande finezza, con mezze voci nel registro grave che hanno incantato la sala.
Completano degnamente il cast Ben Kazez, impegnato nel triplo ruolo di Cadmus, Somnus e Alto Sacerdote, e Monica Piccinini, una Iris luminosa.
Abbiamo lasciato per ultimo il coro, come da tradizione.
Chi ci legge sa che ogni volta ci ripromettiamo di trovargli almeno un difetto, giusto per non inciampare in piaggeria. Questa volta la tentazione era forte: primo impegno importante con il nuovo maestro Claudio Marino Moretti, e una scrittura lontanissima dalle abitudini del repertorio operistico. Niente da fare, abbiamo fallito di nuovo. In Semele il coro è protagonista quanto i solisti e la formazione felsinea risponde con una compattezza e una brillantezza che non lasciano margini ai bastian contrari. Sarà per la prossima volta, forse.
Nel finale Semele brucia, incenerita dal fulgore del dio che lei stessa ha preteso di guardare in faccia, e dalle sue ceneri Apollo annuncia la nascita di Bacco.
La morale è servita: chi troppo vuole, brucia. Ma chi venerdì è rimasto a casa, un’occasione l’ha bruciata davvero.

Ciro Scannapieco

Foto Andrea Ranzi ®

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