Fino all’8 novembre 2026 in scena al Teatro San Ferdinando di Napoli, “Uscita di emergenza” di Manlio Santanelli, interpretata da Nando Paone nei panni di Pacebbene e da Vincenzo Ferrera nei panni di Cirillo, con la regia di Alfio Scuderi. Scritto nel 1978, è uno dei lavori più rappresentati del drammaturgo. L’opera debuttò al Teatro San Ferdinando il 7 novembre 1980, con la regia di Bruno Cirino e l’interpretazione dello stesso Cirino e di Nello Mascia (produzione del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale). Firma la regia Alfio Scuderi; le musiche originali sono di Roy Paci; le scene di Enzo Venezia; i costumi di Roberta Mattera; le luci di Luigi Biondi e Omar Scala. Assistente alla regia, Antonio Turco.
Alfio Scuderi
“La scrittura di Manlio Santanelli mi ha colpito già dalla prima lettura per il suo stile diretto e poetico al tempo stesso, per l’ironia e per l’equilibrio tra dramma e commedia che è la cifra di Uscita d’emergenza. Manlio Santanelli è un autore moderno, dinamico, vivace; un autore che, pur attingendo alla grande tradizione teatrale della sua città, guarda alla drammaturgia contemporanea europea. Uscita d’emergenza è una commedia perfetta nella struttura, nel ritmo e anche nella densità dei dialoghi. Per questo penso che valga la pena tornare a metterla in scena oggi, come si fa con uno di quei classici che è sempre bello ritrovare e riscoprire in un nuovo allestimento, con una nuova lettura e nuovi attori. (…) Il terzo protagonista in scena sarà la musica di Roy Paci, a cui ho chiesto di immaginare delle sonorità che si inseriscano nell’instabilità, nella precarietà del nostro terremoto reale e mentale, fisico e metafisico. Anche le scene di Enzo Venezia, scenografo con cui ho condiviso spesso il mio percorso artistico, sono state immaginate pensando ad una sospensione, ad un’assenza quasi lunare, e questo vale anche per i costumi di Roberta Mattera e le luci di Luigi Biondi e Omar Scala”.
La drammaturgia

Vincenzo Ferrera e Nando Paone in una scena dello spettacolo
La commedia racconta l’im-possibile convivenza di due uomini, Cirillo e Pacebbene, in un piccolo appartamento terremotato, instabile, a causa delle ripetute scosse. Precarietà sociale, economica, solitudini, incomunicabilità si fondono nel dialogo tra i due coinquilini, diversi come il giorno e la notte. Devoto, religioso ai limiti del bigottismo, Pacebbene, ex-sagrestano, che prega, cita a modo suo le Sacre Scritture, l’Apocalisse di San Giovanni, irritando Cirillo, pragmatico scettico, ex suggeritore a teatro. La vita solitaria dei due uomini alimenta uno scontro verbale continuo, ognuno ripiegato nelle proprie manie, nella propria solitudine. Pacebbene cucina, mettendo tutta la sua devozione nella preparazione della pastiera di Pasqua, cosa che irrita Cirillo che, ormai, si limita a rilegare libri incollandone le pagine destinate a staccarsi come le illusioni. Tragedia e commedia si intrecciano in un dialogo dalle continue battute fulminanti. Cirillo ogni notte sogna la morte di Pacebbene che chiede spiegazioni, che non si rassegna alla sua vita grama, senza più sogni, legata alle piccole manie. E molti dei ricordi dei due protagonisti sono dolorosi, legati all’impossibilità di vivere l’amore per una donna. Sospetti, rinfacciamenti, cattiverie, amarezze uniscono i due uomini ormai persi nel loro microcosmo-gabbia, in una dimensione cara al drammaturgo: la sospensione, l’attesa. Terremoto, bradisismo, pandemia, guerre, miseria, convivono con i fantasmi di un passato che li relega dentro lo spazio claustrofobico, dentro loro stessi. I due attori sono bravissimi nel dare corpo a tutte le sfumature dei personaggi persi nella beckettiana attesa di una svolta che non avverrà mai. Belle, molto forti, le musiche di Roy Paci che scandiscono i beat del cuore, delle ossessioni, delle fobie dei due protagonisti a lungo applauditi del pubblico.
(Le foto di scena sono di Ivan Nocera)