«L’osmosi del coc-co-dril-lo» (Bookabook, 2024) è il terzo romanzo di Malik Tariq Bashir, dopo «Il Leone Bianco» nel 2009 per Faligi editore e «Il profumo dei Valgesi» per Bookabook nel 2022.
Renato Sfamanti, il protagonista dello scritto, non è un vincente.
Colto nel momento più buio della sua vita, in una serie di frame di confusa lucidità egli attraversa il sofferto percorso che lo porterà nuovamente a guardarsi negli occhi.
A lungo l’uomo ha preferito un volo miope, scomposto e a tratti egoistico.
Non aveva una direzione.
L’importante era allontanarsi da quella che gli veniva imposta.
Senza alcuna capacità di comprensione egli è fuggito in modo cieco dai propri fantasmi, dei quali il suo nome stesso è l’anagramma, e persino dalla vita. sognatore, dunque, preda di facili e veloci passioni, curioso e innamorato di promesse colorate e bizzarre, solo come un bambino che pestando i piedi vuole dimostrare al padre e al mondo che, sì, è quella la rotta da percorrere, ma nell’intraprenderla ha dimenticato la direzione. Una fuga da ciò che “sarebbe potuto essere meglio per lui”, una corsa verso ciò che, chissà, sarebbe forse fiorito, ma comunque un movimento incostante, che si scioglie molle nelle divagazioni, nel suo immaginare e nei meandri delle sue angosce, schivando la convenzionalità degli amici che si sono sposati, del padre che persegue i suoi affari nonostante le difficoltà colpiscano anche lui. I suoi sono sogni e amori fugaci, trascinati magari dalla ricerca di un profumo che sembrava “diverso”, brevi avventure, labili curiosità verso tutto ciò che si muove in modo sinuoso o spaventoso, veloce e adrenalinico o a volte impetuoso come caldi abbracci, quelli che egli stesso ha schivato, per paura di rimanerne invischiato, bloccato, contenuto… un moto di paura verso sconosciuti e verso quello che non è più lui …verso ciò che non ha più, suo padre, un muto testimone di ciò che ha fatto e, soprattutto, non ha fatto. Le sue ali sono ferite, ma non recise.
Sarà un coccodrillo… anzi un “coc-co-dril-lo” a consentirgli un riscatto: l’uomo ne percorrerà le orme cercando di capire cosa si celi dietro il suo mistero, ma sarà il rettile a rilasciare qualcosa in lui, un frammento di infinito pronto a dilatarsi in mille sfaccettature, una porta da anni serrata che ora è pronta a schiudersi e a mostrare il suo contenuto, non necessariamente abitato da glorie, ma da umane realtà, debolezze, insieme a punti di forza.
Il coccodrillo diviene uno spunto di riflessione, un varco vero e proprio attraverso il quale l’autore convoglia la possibilità di fronteggiare le proprie paure e renderle addirittura una nuova forza.
Così come ne “Il coccodrillo” di Fëdor Dostoevskij, il funzionario pietroburghese Ivan Matveič sfrutta il suo essere inghiottito dall’enorme rettile come possibilità di riflessione, anche nel caso de “L’osmosi del coc-co-dril-lo” il protagonista Renato Sfamanti troverà un nuovo modo di guardare sé stesso e il mondo circostante.
L’inquietudine buia in cui egli è immerso sembrerà lasciar passare alcuni raggi di luce e finalmente riuscirà a divenirne abile manipolatore. Carico di una nuova forza l’uomo sarà in grado di lasciar cadere il dolore che lo lacera per aprirsi al nuovo.
Una vera e propria osmosi di pensieri lascerà entrare una sconosciuta calma ed un coraggio di cui Sfamanti ignorava l’esistenza. L’aver avuto paura è stato un limite che ora ha disegnato nuovi argini ed orizzonti.
Alla domanda su cosa abbia spinto Bashir a scrivere il romanzo egli risponde di aver voluto intraprendere una lunga riflessione su come la società sia pronta a puntare il dito contro “gli ultimi” senza una visione di profonda comprensione che ne sappia raccontare la storia e le parole non dette.
Ilaria Della Croce