C’è teatro che intrattiene e teatro che ti mette con le spalle al muro. “Restituta” di Maria Verde, autrice e regista, appartiene alla seconda specie.
Non si può dire di averlo “visto”. Si attraversa, come dichiara la stessa autrice. E si esce storditi.
Il merito è di un testo di un’intensità rara, teso come una corda. Maria Verde, costruisce non una trama, ma un rito laico. Un atto d’accusa morale travestito da confessione poetica, come lei stesso lo definisce, dove ogni parola pesa. Non cerca consolazione, cerca attrito. Interroga la memoria non come ricordo, ma come archivio, come coscienza politica, come colpa.
La drammaturgia è un duello senza tregua tra il coraggio di essere e la tentazione oscura di dimenticare, e funziona perché non fa sconti a nessuno, nemmeno al pubblico, chiamato alla fine a schierarsi. In una scena intima, con il pubblico collocato sul palcoscenico del teatro Politeama, il rituale prende corpo grazie a due interpreti in stato di grazia.
Carla Schiavone è solida, tagliente, officiante perfetta di questo cerimoniale di scatole che si aprono e si chiudono come ferite.
Ma è Antonio De Rosa a lasciare il segno più profondo. La sua è una prova attoriale di grande maturità e controllo. De Rosa non recita il testo, lo abita. Alterna furore e fragilità, ironia e lacerazione, con una voce che sa essere punk e preghiera nello stesso fiato. Ha il carisma dell’attore che non ha bisogno di alzare il tono per farsi sentire e l’intelligenza di chi sa stare dentro la parola senza mai illustrarla. Ogni sua pausa è un colpo, ogni suo affondo è necessario. Un’interpretazione che resta addosso.
Diplomato all’Accademia nazionale “Silvio D’amico”, Antonio De Rosa collabora da anni con l’autrice e regista Maria Verde con cui ha costruito un percorso artistico basato sulla parola come atto fisico e sulla presenza scenica ravvicinata. Ha lavorato in spettacoli di teatro civile e prosa tra cui “Il nobile guardaporte” di Roberto del Gaudio con la regia della stessa Maria Verde.
L’altare di scatole, allestito dalla brava scenografa Paola Verde, e una colonna sonora punk-rock mai decorativa, ma drammaturgica, pulsante, completano un rito teatrale che fa esattamente quello che promette: ti fa sentire guardato.
Da vedere. E da attraversare.
Franco Milone